Il mio spunto è un meraviglioso libro di Karl Taro Greenfeld, “Fratello unico”. Chi è madre o padre di una persona con autismo può avere una visione differente rispetto a una sorella o a un fratello, prima di tutto perché in quest’ultimo caso si cresce insieme alla propria sorella o al proprio fratello, si trascorre infanzia, adolescenza e giovinezza osservando altri parametri di infanzia, adolescenza e giovinezza.
Tu cresci ascoltando racconti di altri fratelli o sorelle che imparano a parlare, imparano a mangiare da soli o a lavarsi, a comunicare i propri bisogni e i propri desideri, a fare i capricci e ad arrabbiarsi con te per qualche motivo preciso, discutendo e litigando. Invece tuo fratello non parla, non comunica, non gioca con te, si arrabbia apparentemente senza motivo, ti aggredisce senza voler litigare, magari rompendoti oggetti o strappandoti libri.
La storia di Giuseppe è complessa e articolata, ma non è quello che voglio raccontare qui. Voglio raccontare invece cosa mi ha permesso di diventare una donna grata e in ascolto della vita: l’amore dei miei genitori. In una situazione giornaliera di grandi precarietà emotive e di enormi difficoltà gestionali, non ho mai percepito mancanze affettive: tutto mi è stato permesso, di quello che sapevo chiedere con parsimonia e lungimiranza. Ho avuto la possibilità di studiare, di frequentare tantissimi amici, di viaggiare, di essere sempre a contatto con un mondo che mi tendeva la mano. Ho saputo scegliere le cose giuste per me, perché sapevo ponderare i miei desideri, in rapporto a ciò che i miei genitori avrebbero potuto darmi. Non ho chiesto cose impossibili, ma cose giuste, e loro me le hanno date.
Questo è stato stimolo, speranza, gioia e riconoscenza. Era impossibile non restituire bellezza e positività: quello che Giuseppe non poteva dare loro, lo avrei dato io, senza limiti o remore.
La musica mi ha aiutata (sono pianista e insegnante di conservatorio), ma se non avessi avuto chi mi ha insegnato ad ascoltare me stessa e a osservare le dinamiche in cui mi trovavo immersa, non avrei potuto diventare la persona che sono. Spesso mi imbatto con persone che si arrabbiano facilmente, che scattano per qualsiasi piccola incomprensione senza avere la pazienza di ascoltare prima di giudicare o di intervenire, in qualsiasi contesto: per strada, in un ufficio, al supermercato, sul lavoro. Vorrei comunicare loro che è bellissimo avere la capacità di aspettare, di osservare in silenzio, di ascoltare anche quando sembra che tutto ti porti ad una reazione immediata, inevitabile, istintiva.
Questo nasce dall’insegnamento alla pazienza, che può venire solo da chi ti ama e ti dimostra che fa fatica, in silenzio. E la speranza nasce proprio dall’essere amati. Grazie mamma Rita, grazie papà Antonio.
di Sabrina Dente