Lisa Zuccarini dal suo blog ci racconta di questa mamma di due figli sordi che ha emozionato le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 con il linguaggio dei segni.
Dicembre 2025, Elana è in Norvegia a prepararsi per le olimpiadi.
A una certa sente di non farcela più, troppi dolori, troppo avanti con gli anni, 41. Manda un messaggio al marito, "basta, mi ritiro". Nic le risponde "non credo proprio", subito parla coi suoi amici, qualcuno gli compra un biglietto aereo e lui parte. Vola dal Texas in Norvegia per dire a sua moglie stai tranquilla, non sei sola, ce la puoi fare.
Nic, ex bobbista, è lì davanti a Elana lunedì notte mentre lei vince la medaglia d'oro per il monobob femminile.
Ma non lo vediamo nei video, perché sta riprendendo la scena di sua moglie che alla notizia dell'oro abbraccia per prima cosa la tata dei suoi figli, e poi abbraccia loro, Nico e Noah.
Nico è nato nel 2020, ha la sindrome di Down. Noah è del 2022. Entrambi non hanno l'udito, e se non fosse stato per il team che l'ha incoraggiata dicendo "facciamo questa pazzia, portiamo anche i tuoi figli a Milano-Cortina!", Elana da sola non ce l'avrebbe fatta a tenere su famiglia e stress.
Invece loro c'erano. C'era suo marito Nic. C'era la tata. C'era una squadra sportiva intera a supportare Elana e tutta la sua famiglia.
E c'era pure una fede bella tosta.
Questa donna qua ha attraversato momenti difficili nell'adolescenza e poi al college, poi a una certa qualcuno le ha messo in mano una Bibbia. E lì s'è fatta strada la speranza.
Con Nic si sono conosciuti nel 2010 a NY a un corso di studi biblici, si sono sposati nel 2014, poi è arrivata la nascita di Nico e la terapia intensiva neonatale, gli interventi chirurgici per gli impianti cocleari ai suoi bimbi, tanta fatica, tante rinunce. In Texas, dove fa caldo, Elana per allenarsi a tirare il bob spinge la sua auto, letteralmente.
Lo dice chiaro, che la fede le dà la forza per restare serena.
Perché il successo non è tutto, le cadute ci sono e ci saranno, ma far parte di una Volontà più grande aiuta a rimettere ogni giorno le cose nella giusta prospettiva.
Insomma, siamo polvere, e torneremo polvere. Ma una polvere molto amata”.
Mi è stato chiesto di parlare di speranza, ma non è facile. La speranza ha mille sfaccettature, si presenta sotto mentite spoglie.
A 7 anni speri che Babbo Natale ti porti il tuo gioco preferito; alle superiori speri che il “Prof” non ti interroghi; all’università speri che l’esame ti vada bene … Poi inizi a sperare in un buon matrimonio, brave figlie, il lavoro dei tuoi sogni… Ma ancora la speranza non ha una collocazione o una forma tangibile. Fino a quando non ti imbatti in qualcosa di più grande di te! Qualcosa che tu non sei in grado di gestire! Qualcosa che ti cambia la vita, per sempre!
In tre anni la mia idea di SPERANZA è totalmente cambiata. La malattia di mia mamma … invasiva … aggressiva … terribile … La sofferenza nei suoi occhi … e la gioia appena mi vedeva, quando entravo in casa sua, per aiutarla, accudirla, farle trascorrere qualche ora raccontandole delle nipoti, del lavoro, dello sport … insomma della mia vita. E così la speranza è diventata per me andare a trovare la mia mamma e parlare, trascorre insieme del tempo prezioso, raccontarsi. La speranza è diventata “capirsi con uno sguardo - leggere nei suoi occhi la gran forza di volontà di andare avanti e farcela”.
Speranza ossia gioia di trascorrere insieme ancora qualche ora, qualche giorno, dedicando tempo e sorrisi. Poi lei si è spenta, è rimasto un gran vuoto, ma non c’è stato il tempo di arrendersi, di abbattersi, di fermarsi a pensare. La peggiore delle malattie, quella che ti porta via, lasciandoti in mezzo agli altri, si è impossessata della mente di mia suocera, la mia seconda mamma. Quel periodo è durato poco, ci ha messo lo zampino pure il Covid a rendere tutto ancora più faticoso. E allora, per me, la parola speranza ha assunto concretezza.
Stare in mezzo agli altri, cercare di capire di cosa hanno più bisogno, provare a lasciare qualcosa di buono, provare ad esserci per gli altri. Ecco! Per me questo è il vero significato di speranza. E allora adesso è arrivato il momento di imparare, di crescere, di ascoltare, di impiegare il proprio tempo, di dedicarsi alle PERSONE.
di Olivia Da Campo
Andrea Mandelli non è un santo dall’aureola dorata che vediamo sulle pareti o sulle volte delle nostre chiese. E’ uno dei tanti “Santi della porta accanto”, sconosciuto ai più ma che ha contagiato della sua gioia traboccante di Grazia quanti lo hanno incontrato.
Ogni storia umana è dentro un cammino fatto di incontri. Primo tra tutti per importanza è stato per lui l’ambito familiare. Quarto di sette figli, nasce il 3 febbraio del 1971 e cresce in una famiglia unita e operosa che nella quotidianità gli insegna che” tutta la realtà è segno di Dio e che tutto è una sfida”. Andrea è intelligente, pieno di interessi ma con poca voglia di studiare. Quando in terza liceo passa all’Istituto Sacro Cuore il clima di apertura che vi si respira, l’amore alla verità, alla bellezza e alla persona che vi sperimenta fanno esplodere tutta la sua umanità. Rifiorisce il gusto per lo studio, si rinnova e amplifica il desiderio di un’amicizia vera con i compagni nel cammino di GS (Gioventù Studentesca: esperienza iniziata nel 1954 nel liceo milanese Berchet ad opera di Don Luigi Giussani che poi è proseguita in forma adulta con il movimento di Comunione e Liberazione).
Appena entrato in questa scuola gli viene diagnosticato un osteosarcoma, una forma aggressiva di tumore osseo. Ha diciassette anni ma capisce subito la gravità della malattia e dice scherzando ai genitori: “vuol dire che dovrò restare molto in ospedale e consumerò parecchi pigiami”.
Da dove gli viene questa energia per affrontare con passione l’esistenza? C’è un’amicizia che determina il suo sguardo e orienta le sue scelte: l’amicizia con Gesù, coltivata come un fiore prezioso fin da bambino dopo averla ricevuta in dono dai suoi genitori. È da questa amicizia che nasce, in una sorta di contagio, quella con tanti giovani. Andrea ama la vita.
E’ alpinista, sciatore , è impegnato nella politica studentesca e sempre capace di intessere amicizie con tutti. L’autrice del libro ha raccolto tantissime testimonianze di amici e persone che lo hanno incontrato e di come la sua certezza di un Bene anche nella malattia li abbia interrogati e aiutati nelle vicende della loro vita. Era assolutamente cosciente di quello che gli capitava e ad un’amica scriveva: “Mari, la vita può essere lunga o breve, ma tutta la vita vale per l’istante in cui abbiamo incontrato Cristo”.
Nel dicembre dell’89 Andrea partecipa alla sua ultima messa di Natale e porta in dono ad un’amica una piccola scatola di cerini dentro la quale c’è la molla di una biro e un bigliettino. “Sai qual è il valore di un amico? Quello di ricordare all’altro come una molla il Destino per cui è fatto. Ti regalo la mia molla”. Andrea nasce al cielo il 29 novembre del 1990, a diciotto anni. Le sue ultime parole sono: “ok, va bene, andiamo”.
La sua vita è diventata anche una mostra, esposta alla Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona. La sua testimonianza ha cambiato la vita di quanti lo hanno incontrato. Andrea certamente regalerà la “sua molla” anche a quanti accoglieranno l’invito a leggere le pagine di questo libro.
di Claudia Ferrari