Il 28 agosto la Val di Fassa in Trentino è stata colpita da violente raffiche di vento che hanno provocato la chiusura degli impianti di risalita bloccando centinaia di escursionisti ai passi. Fortunatamente io e mio marito siamo riusciti a scendere prima che bloccassero la funivia. Nel piazzale della stazione il vento sollevava la polvere e faceva paurosamente ondeggiare gli alberi.
L’autobus che doveva portarci a valle non arrivava perché la strada era bloccata a causa della caduta di numerosi alberi ed era pericoloso servirci per la discesa a valle dei sentieri nel bosco. Ci guardavamo in giro incerti sul da farsi quando abbiamo incontrato una famiglia veneta che aveva dovuto rinunciare alla gita in funivia. La montagna favorisce il dialogo, un vento così forte crea solidarietà e subito queste persone , a noi del tutto sconosciute, si offrono, dopo un buon pranzo in baita, di accompagnarci con la loro macchina al paese più vicino.
Durante il tragitto, con la familiarità che c’è tra amici, nonno Massimiliano ci racconta la sua storia; due infarti, il peggioramento delle condizioni cardiache, tre mesi di attesa di un cuore nuovo e finalmente due anni fa l’intervento. Ma quanta serenità gioiosa nel suo racconto, quanta gratitudine per la gentilezza dei medici che l’avevano seguito e soprattutto per il donatore di quel cuore che gli ha dato una nuova vita. “Abbiamo incontrato il padre del donatore - ci ha detto – e la nostra famiglia si è allargata.
Ora ci sono anche loro con noi”. Arrivati in paese io e mio marito non sapevamo come sdebitarci per questo provvidenziale aiuto. La figlia di Massimiliano ci ha risposto: “ Avreste fatto lo stesso voi per noi!”.
Quanta gratuità, quanta gioia, quanta speranza .. un’allegrezza del cuore che ci ha contagiato dentro un vento impetuoso.
di Claudia Ferrari
Sono fermamente convinta che la vita sia un dono misterioso, grande e prezioso. Se anche qualcosa non va secondo i piani, se qualcosa va storto, se non ci sembra perfetta, lei resta comunque un immenso dono gratuito ricevuto. A noi il compito di viverla al meglio. Sarà poi il Signore a farne un capolavoro, secondo ciò che Lui ritiene meglio per noi. Come posso essere convinta di questo? Me lo domando in continuazione, ogni giorno durante le mie preghiere.
Certamente non ho maturato questa consapevolezza da sola, ma grazie all’incontro e all’aiuto di tantissime persone, incrociate nei sentieri che il Signore mi ha chiamata a percorrere in questi 72 anni di vita. Mi è sempre piaciuto guardare negli occhi le persone. Non so se sia un dono o se a volte diventi un difetto. Tuttavia questa mia caratteristica mi apre all’ascolto dell’altro. Chiedo, mi interesso, le coccolo, le abbraccio, resto con loro, mi spendo in ogni modo, mi metto dalla loro parte, per trasmettere loro che non sono sole nel loro percorso, che possono trovare sostegno e compagnia. E l’unico modo che conosco è quello di darne testimonianza con le mie azioni, con la mia persona.
La mia prima esperienza di dono verso il prossimo risale a moltissimo tempo fa. Devo correre con la memoria alla mia me ragazzina che viveva gli anni 70, quegli anni 70. Un’esperienza che resta scolpita nel cuore e nella mente. La ricordo ancora, perfettamente senza sbiadimenti di memoria. Avevo 16 anni e il sacerdote della mia parrocchia propose a noi, suoi giovani dell’oratorio, di trascorrere qualche ora delle domeniche pomeriggio facendo visita ad una famiglia di un comune vicino al mio piccolo paesotto. Si trattava di una famiglia di 4 persone, mamma, papà e due figli “Sandrino e Luisella”, entrambi malati di una malattia a me sconosciuta ai tempi: la Sclerosi Laterale Amiotrofica.
Vivevano ogni giorno in casa, da soli, con questi due genitori che facevano di tutto, ma certo non potevano garantire loro la gioia di un incontro tra giovani. Di tutto il nostro gruppo, solo in due rispondemmo all’invito del don. E così iniziò. Si andava ogni domenica pomeriggio, per allietare i pomeriggi, ridere, scherzare e per far sorridere Sandrino e Luisella, che ridevano eccome se ridevano. Si andava anche per aiutare quei due genitori instancabilmente dediti ai loro figli. Mi sorprendeva sempre la calma, la dolcezza e la gentilezza di quei due genitori, che donavano totalmente se stessi ai loro figli. Era proprio questa famiglia che riusciva a trasmettere a noi una forza unica, capace di affrontare ogni giorno senza arrendersi alla disperazione. Era Quella forza, la forza che ti fa vedere il bello nel dolore. Non poteva essere altro se non la forza dell’amore. Ricordo le parole di quei due genitori, che ripetevano “Speriamo nel Signore, che Lui ci doni di stare qui per prenderci cura dei nostri figli.” Ecco, forse la speranza l’ho imparata lì.
Li ho incontrato il Signore sofferente e ho capito che cos’è quella forza misteriosa in più, quella luce speciale che carica i nostri giorni, dando senso pieno e giusto alla vita che scorre. È li che si realizza la fiducia piena in Dio, giorno dopo giorno. Mettendosi nelle Sue mani, sicuri che tutto andrà bene. Per me è stato sempre un arricchimento, forse senza accorgermene. Ero felice, contenta di quella scelta. Forse lentamente venivo rivestita di un amore strano, che mi faceva stare bene. Non riuscivo a capire come nella sofferenza, questa famiglia fosse estremamente serena. Perché erano così felici? Mi chiedevo. Dopo tanto tempo, tanti cammini spirituali e riflessioni, esperienze di dolore e sofferenza vissute personalmente, ho capito. Quello che Dio ti dà, accoglilo, non respingerlo. Fidati, prendi quel pezzo di puzzle che ti viene dato perché prima o poi capirai dove metterlo e comporrà il quadro meraviglioso della tua vita. Ancora oggi la Vita continua a riservarmi sorprese, anche impegnative, anche pesanti. Procedo, cercando a volte di navigare a vista per non perdere l’orientamento, ma sempre con la consapevolezza di Lui c’è e sa dove guidarmi. Il Signore ci chiede di farci servi gli uni degli altri.
Così la nostra vita diventa vita di comunione. Come non seguire Lui, uno che ci ha detto “Io il Signore ho lavato i piedi a voi, anche voi lavatevi i piedi gli uni gli altri”. Tante sono state le esperienze di volontariato che ho avuto la grazia di vivere e proprio grazie a queste ho capito che è solo nel servizio che sta la vera crescita. Gesù ci ha dato l’esempio, con fatti semplici. A noi sta la decisione di imitarlo e seguirlo. Anche a me la vita ha riservato molte prove. Dispiaceri, solitudini, abbandoni, malattie. Mi sono sentita colpita, trafitta a volte, ma non uccisa. Ho sempre creduto nella vita che Lui mi ha donato e con Lui ho lottato con quella forza della famiglia di Sandrino e Luisella. Con tanta umiltà ringrazio e lodo il Signore e continuo a chiedere perdono per le volte che mi lascio prendere dall’umano sconforto. Non sono un’illusa e sono perfettamente consapevole che non sia facile vivere in questa società, oggi sempre più complessa. Come fare allora? Credo sia fondamentale non perdere di vista la certezza di essere amati, convinti che prima di tutto Qualcuno ci ha amato e ha per noi già scritto un piano. Sta a noi seguire le tracce che ci lascia. Possiamo scegliere se seguirlo, se accogliere ciò che ci viene dato, fidandoci del suo sguardo e disegno d’amore, oppure se lasciar perdere. Lui ci lascia liberi di scegliere. Ecco di certo Lui non da scorciatoie, perché sa che la vera gioia si ottiene camminando, facendo fatica, credendoci.
La bellezza del suo disegno d’amore sta nel fatto che Lui non detta tempi, ci da possibilità e possibilità, non molla mai la presa. Non ci abbandona. Lui resta e con uno sguardo infinitamente amorevole attende paziente ciascuno di noi e nei giorni più difficili ci prende in braccio e ci sostiene.
di Luisa Pietrobon Maresca
Silvia Codispoti aveva 23 anni quando la Sla è entrata nella sua vita. Da subito ha intrapreso con questa compagna di viaggio un cammino intensissimo. “L’importante - diceva - è che la Sla non possieda mai i miei pensieri”.
E così ha fatto per vent’anni, fino al suo ultimo giorno di vita, senza mettere mai la malattia al centro delle sue giornate. Originaria di Villafalletto in provincia di Cuneo ha messo la creatività e la curiosità, che erano così importanti nel suo lavoro di creator e social media manager al servizio dell’Aisla (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) con la creazione del sito Web, delle pagine social e partecipando attivamente con impegno e costante fiducia nella ricerca a favore della Sla. Una grande umanità in una vita segnata certo dal dolore ma attraversata dalla gioia e dal desiderio di relazioni umane vere e speciali. «La mia malattia - diceva- mi ha tolto tanto, ma non riuscirà mai a intaccare l’amore per la vita».
Così il 3 luglio 2026 è stata inaugurata la “Casa di Silvia” che sarà messa a disposizione delle persone con Sla e delle loro famiglie come luogo accessibile e attrezzato dove poter trascorrere periodi di vita al mare durante tutto l’anno. Come ha detto all’inaugurazione il papà di Silvia, Pino, che l’ha sempre sostenuta e seguita : “ Se questa casa oggi esiste, è perché Silvia ci ha insegnato a non arrenderci mai. Per vent’anni abbiamo vissuto ogni giorno insieme, dentro la malattia, ma senza lasciare che fosse lei a definire tutto. Questa casa non è un ricordo.
È il modo che abbiamo trovato per continuare a prenderci cura, anche adesso. Se potrà essere utile anche solo a una persona, allora tutto questo avrà senso. Perché la vita, come ricordava sempre Silvia, nonostante tutto resta una cosa bellissima. E trova sempre il modo di ricominciare».