Luigi Manconi, con la consueta lucidità e passione civile, ha più volte sostenuto il diritto all’eutanasia. Recentemente ho avuto modo di conoscerlo personalmente attraverso il nostro testimonial Alessandro Bergonzoni e ho apprezzato molto la sua determinazione ed anche autoironia (un aspetto positivo che non conoscevo) nell’affrontare una grave disabilità con la quale convive.
Rispetto il suo punto di vista e proprio per questo rispetto, sento il dovere di sollevare una riflessione critica e portare un altro sguardo: quello di chi convive con la disabilità, con lo stato vegetativo, con il dolore quotidiano e la speranza. Non partirei da Beppino Englaro e dalla vicenda di sua figlia Eluana - per quanto coraggiosa, dolorosa e simbolica - ma da quelle migliaia di famiglie che ogni giorno assistono i propri cari nelle condizioni più estreme. Sono persone che attendono non la morte, ma un’assistenza adeguata, una legge sul caregiver, un accompagnamento sostenuto e condiviso nel ritorno a casa dopo l’ospedale. Sono storie spesso invisibili, ma vere, fatte di lotta, attesa e desiderio di vita, anche se compromessa.
Il rischio concreto è che una legge sull’eutanasia, se non fondata su una visione pienamente inclusiva, possa diventare una rinuncia: alla cura, alla riabilitazione, al valore stesso della fragilità. In rianimazione, per esempio, già ora c’è il pericolo della scelta, di negare opportunità a chi sembra non averne, solo perché il recupero potrà essere incerto, difficile e costoso. Eppure, quante persone abbiamo visto tornare a una vita dignitosa anche dopo gravissime lesioni?
La vera questione, allora è un’altra: abbiamo davvero fatto tutto per garantire il diritto a vivere, anche con fragilità, prima di invocare il diritto a morire? Perché troppo spesso il desiderio di morire nasce da solitudine, abbandono, mancanza di alternative.
Le cure palliative oggi sono ben più che un antidoto al dolore fisico: sono percorsi esistenziali, relazionali, spirituali. Accolgono, ascoltano, proteggono. Offrono uno spazio di senso, ridando valore anche al tempo più fragile. Parlare solo di “fine vita” rischia di oscurare questo tempo fondamentale del “durante vita”, in cui ogni persona ha ancora bisogno di contatto, di relazioni, di sguardi autentici.
La dignità non si gioca solo nel momento della morte, ma in ogni giorno che la precede. Ed è per questo che serve un confronto aperto che riconosca il valore della libertà individuale e, insieme, la tutela della vita fragile..
Un Paese civile non è quello che semplicemente permette di morire, ma quello che non lascia nessuno solo mentre è ancora in vita. Serve un cambiamento culturale e sociale che investa sulla rete del prendersi cura, sulla presenza accanto a chi resta, su chi vive nella sofferenza.
Per questo, propongo un “negoziato di pace” tra le diverse componenti del nostro Paese - laiche, cattoliche, politiche. Perché rinuncino a contrapposizioni ideologiche e si ascoltino davvero. Un confronto vero, che non divida, ma unisca e che impegni il Governo al rispetto e alla tutela delle diverse componenti. Che parta dalla comune responsabilità di dare dignità, libertà e accompagnamento a tutte le persone, fino all’ultimo respiro.
Solo così potremo arrivare a una legge che non divida, ma riconosca il valore umano di ogni fase dell’esistenza. Prima ancora del diritto a una buona morte, è fondamentale affermare il diritto a una buona vita anche, e soprattutto, nel dolore e nella convivenza con la malattia.
Una normativa davvero condivisa potrà garantire dignità, scelta, cura e accompagnamento, nel rispetto di tutte le coscienze.
di Fulvio De Nigris - Avvenire 26/06/25