Nulla avviene per caso. Lo Spirito tesse la sua tela con trame ed orditi in perfetta armonia. Ed infatti quando stamattina Luisella mi ha chiesto di fare una testimonianza sulla speranza, ho capito che era lo Spirito Santo che mi parlava.
Perché é da domenica che penso alla speranza, che rimugino sulla speranza, dall’omelia di don Francesco sulla vicenda dei discepoli di Emmaus. Il fatto che nel vangelo di Luca si usi una volta sola il verbo sperare mi ha colpito e mi ha colpito ancor di più che lo usi al passato. Di solito si dice “ spero che …” e il nostro cuore si gonfia, si riempie di rosee immagini future, anche se di esse non abbiamo la certezza che si avvereranno.
Spinta dalla curiosità e dal voler toccare con mano, come san Tommaso, sono andata a rileggere tutto il vangelo di Luca e, ebbene sì, l’unico riferimento alla speranza è in quel “speravamo” proferito dai discepoli di Emmaus mentre camminano con accanto Gesù che non riconoscono. In quel “speravamo” c’è tutta la loro delusione, tutto il crollo delle loro aspettative, la loro amarezza. Perché il verbo sperare usato al passato ha il suono della fine, ha il sapore amaro del cuore inaridito, ha il silenzio di un’attesa vana, e i discepoli se ne tornano a casa affranti col cuore svuotato. Nulla ha più senso: è terribile questa immagine.
Ma poi Gesù spezza il pane e i loro occhi si aprono e il loro cuore si riempie di gioia, Egli scompare dalla loro vista ma ora essi sono pieni di Lui, del Suo ardore, della Sua promessa mantenuta, della Sua presenza, e tornano a vivere, a gioire, a dare senso ad ogni loro azione perché Gesù non li ha abbandonati. Gesù non abbandona, sostiene e continua a donarsi, ai discepoli di Emmaus e a noi, nel suo corpo e nel suo sangue. Questa è la fiduciosa certezza della speranza!
Non ho mai disperato della vicinanza di Gesù nelle mie esperienze di vita anche dolorose, anzi le ho accettate, accolte, vissute, e continuo a viverle, come segni che mi avvicinano a Lui, come piccolo contributo alle Sue sofferenze, alle Sue cadute sulla via verso il Golgota, ai Suoi atroci dolori sulla croce. Le mie piccole croci sono la fibromialgia, la spondiloartrite e un tumore al seno curato ma non so se del tutto debellato più una sofferenza psicologica, un macigno sul cuore, legato alle mie esperienze familiari. Per quest’ultimo macigno mi sono limitata a piangere e a discutere con ardore con il Signore, spero che la mia sofferenza sia per la Sua gloria come è stata la vicenda del cieco nato. I malanni fisici non mi hanno abbattuta, non mi hanno tolto la speranza anche se sono invalidanti e peggiorano con l’età. La mia saggia mamma, che è morta a quasi 104 anni, diceva “Sono arrivata fino a qua, devo ringraziare il Signore per questo”. Io sono un po’ più giovane, più acciaccata di lei ma ripeto le sue stesse parole. Anzi, quando, come un fulmine a ciel sereno, mi è stato diagnosticato il tumore, mi sono sentita più vicina al Suo regno. Ho pensato di essere arrivata al termine della mia vita terrena e di andare nel posto che Egli ha preparato per me, ma, evidentemente, mi aveva riservato altri progetti. Il Signore ha ancora bisogno di me sulla terra, mi sono detta, perciò mi devo dare da fare per questo grande dono. Ho continuato con più lena la mia attività di volontariato e il mio piccolo servizio in parrocchia, ho accudito con trasporto la mia mamma fino a che l’ho accompagnata al momento del trapasso tenendole la mano e aiutandola a prendere quella di Gesù.
Ho sperato e spero perché credo nelle promesse del Signore, credo che Lui mi sia accanto quando i forti dolori mi fanno scendere le lacrime involontariamente, quando fatico a camminare, perché Egli continua a spezzare il pane per me ogni giorno e allora come per miracolo riesco a camminare bene, non sento i dolori, Egli ravviva ogni giorno il dono della speranza alimentata dal soffio leggero ma continuo dello Spirito.
Certo se ci guardiamo intorno, la realtà ci offre ben poco da sperare ma, parafrasando le parole di Sant’Agostino, non dobbiamo lasciarci andare allo sdegno per come stanno andando le cose ma avere il coraggio di cambiarle. Ovvio che noi possiamo cercare di cambiare la realtà delle piccole cose, della nostra quotidianità, ma dobbiamo anche tenere viva la speranza che lo Spirito Santo entri nelle menti dei potenti e le faccia rinsavire. Il Signore ci ha lasciato un testamento d’amore, non possiamo deluderlo.
E camminare sulla strada di Cristo risorto portando ciascuno la propria croce e pregando per il bene dei fratelli significa sperare con l’ardore della certezza che non solo le cose miglioreranno, ma che avremo una nuova vita, la vita eterna.
“Ogni alba porta un nuovo giorno,
lavando con la luce della speranza
le macchie e la polvere
dello Spirito vuoto
di ogni giorno passato” (Tagore)
di Doriana Regazzo