Riportiamo una riflessione di Luigi Giugno, diacono dal 2018 e che dal 2020, dopo un master in relazione d'aiuto è collaboratore pastorale nella cappellania dell'ospedale di Niguarda

«La tragedia dell’incendio avvenuto in Svizzera la notte di Capodanno ha colpito profondamente anche la nostra Chiesa ambrosiana. Tra le vittime ci sono due giovani delle nostre comunità e alcuni ragazzi italiani sopravvissuti sono stati trasferiti e ricoverati al Centro Ustioni dell’Ospedale Niguarda di Milano, insieme ai loro familiari.
In questi giorni, tornando più volte in reparto, ho incontrato alcuni di questi ragazzi e i loro genitori. I volti restano impressi, così come i racconti che emergono poco alla volta. Parole dette con fatica, a volte spezzate, che non cercano effetto ma verità. Le domande che affiorano sono radicali: ho visto morire i miei amici; perché io sono qui e loro no? La mia vita potrà tornare come prima; anche il mio volto tornerà a essere come prima?

A queste si accompagna la fatica delle notti, spesso popolate da incubi. Il riposo è fragile e la memoria torna insistentemente a ciò che è accaduto. È un’esperienza che accomuna tutti, anche quando il corpo è assistito dalle cure. Sono interrogativi che toccano il corpo, la memoria, l’identità, e che non possono essere affrettati, né chiusi con risposte consolatorie.
Accanto ai ragazzi, anche i familiari vivono questo tempo con grande compostezza. Il dolore non è esibito. Emergono domande dette con misura: come sia stato possibile che tutto questo accadesse, dove fossero i controlli, se qualcosa si sarebbe potuto evitare. Non c’è polemica, ma il bisogno umano di orientarsi dentro un evento improvviso e devastante.

A rendere tutto ancora più intenso è il fatto che questi ragazzi e le loro famiglie si conoscevano praticamente tutti da molti anni. Nella saletta d’attesa ci si chiede notizie gli uni degli altri come farebbe una grande famiglia: mani che si stringono, parole sussurrate, presenze che si fanno sostegno reciproco. Ogni piccolo segno di miglioramento, anche lieve, viene condiviso con gioia e con una speranza che non vuole spegnersi.
In questo contesto colpisce anche il clima del reparto, segnato dalla competenza professionale, dall’attenzione e dalla gentilezza del personale medico e paramedico. In un luogo in cui le condizioni cliniche sono spesso gravi e i percorsi complessi, questa umanità diventa parte integrante della cura, offrendo ai pazienti e ai familiari un riferimento saldo e rispettoso.

Un tratto comune che emerge con forza è il desiderio di pregare. Tutti lo esprimono, ciascuno a modo suo. Una preghiera semplice, essenziale, talvolta fatta di poche parole, altre volte di silenzio. Non una preghiera per cancellare ciò che è accaduto, ma per non restare soli dentro ciò che resta difficile da sostenere. È qui che si colloca il servizio delle cappellanie ospedaliere. Non nel fornire risposte, ma nell’aiutare a stare dentro il dolore e dentro le domande. Nell’accompagnare senza forzare, senza anticipare, senza semplificare. Nel condividere il tempo dell’attesa, del silenzio, della paura, offrendo una presenza discreta e fedele.
Questo accompagnamento non si sostituisce in alcun modo al lavoro degli psicologi e degli altri professionisti della cura, che svolgono un compito fondamentale e insostituibile. La presenza della cappellania si colloca su un altro piano: non terapeutico, ma spirituale. È il tentativo di aiutare le persone a non sentirsi sole davanti a ciò che le supera, di ricordare che anche dentro una ferita così profonda può esserci una relazione che sostiene. È una presenza che, riferita al Signore, non spiega il dolore, ma lo affida; non lo risolve, ma lo accompagna.

La drammaticità di quanto accaduto, amplificata giustamente dalla cronaca per il numero delle vittime e per la giovane età dei ragazzi coinvolti, ha acceso per alcuni giorni i riflettori su questa realtà. Ma per chi vive l’ospedale ogni giorno, domande come queste non sono un’eccezione. Cambiano le circostanze, ma non cambiano il dolore, lo smarrimento, il bisogno di essere accompagnati. Questa è la quotidianità che le cappellanie incontrano nelle corsie, spesso lontano dall’attenzione mediatica. La presenza del cappellano diventa così segno di una Chiesa che non guarda da lontano, ma si fa prossima. Una comunità che sceglie di esserci, di camminare accanto, di custodire le domande senza pretendere di risolverle. E, insieme, testimonianza di una Presenza che non elimina la sofferenza, ma la attraversa con l’uomo.

Forse la domanda che rimane, per tutti noi, è questa: come imparare a stare accanto a chi soffre, senza avere la pretesa di capire tutto, ma senza nemmeno voltarsi dall’altra parte?»

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Bologna oggi è ferita. Una ferita che accomuna tutta la città e rimane dentro le coscienze. Anche la nostra Fondazione si stringe, con pudore e rispetto, alla famiglia di Giovanni Tamburi in un abbraccio che vorrebbe tenere insieme genitori, nonni, amici, compagni e la comunità degli studenti del Liceo Righi.

La morte di un figlio unisce. Rende partecipi di un dolore indicibile perché infrange una legge non scritta ma profondamente umana: quella secondo cui dovrebbero essere i genitori ad andarsene per primi. E invece, troppo spesso, non è così. La nonna di Giovanni ha detto: «Ho fede e so che è lassù, ci guarda e sarà sempre con noi». A quella fede mi aggrappo anch’io, pregando che mio figlio Luca sia lassù. Ma ogni ricorrenza riapre il bisogno di ritrovarlo dentro di me, in una dimensione intima, silenziosa, profonda. Domani saranno ventotto anni che Luca non c’è più.

Eppure le domande restano identiche, sospese fuori dal tempo: Perché? Dov’è? Lo rivedrò? Con il passare degli anni sembrano diventare domande retoriche, e invece continuano a mordere, con la stessa forza del primo giorno.
Il dolore è un bene prezioso. Un gioiello ruvido, incastonato dentro di noi. Non si racconta, si attraversa. Possiamo intuire quello degli altri, ma non sarà mai uguale perché ogni dolore è unico. E tuttavia può essere condiviso. Ed è lì che qualcosa cambia, che il peso si fa, almeno per un istante, più sopportabile.
In questi anni, il cammino di conoscenza e consapevolezza che ha portato alla nascita della Casa dei Risvegli Luca De Nigris mi ha insegnato a vivere Luca in modo diverso. Non più soltanto come negli anniversari passati, con fiori portati al cimitero per essere donati ad altri, perché trovassero posto sulle tombe dei loro cari.
Oggi il gesto è più semplice e più difficile insieme: portare una sedia, sedersi davanti a lui, mettendosi in ascolto.

Un ascolto fatto di emozioni, di ricordi, di gratitudine. Un abbandonarsi al mistero della vita, del destino, della morte. Alla ricerca di senso, pur sapendo che, a quelle domande, forse non c’è risposta.

 

di cav.Fulvio De Nigris presidente di “Gli amici di Luca Casa dei Risvegli Luca De Nigris”

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Mentre rombavano in Palestina, notte e giorno, i frastuoni orrendi della guerra, una eco di grande musica, senza barriere etniche e religiose, si è diffusa da Gerusalemme fino in Italia, passando per Bologna, Pavia, Novara, Lecco. Questa musica non silenzia, purtroppo, le troppo lunghe e dolorose ferraglie di morte, né potrebbe farlo oggi, ma diffonde ugualmente una piccola grande storia di pace e speranza. È quella del Magnificat, la scuola di musica gestita dai francescani della Terra Santa, che raccoglie oggi oltre 200 studenti cristiani, musulmani ed ebrei e molti docenti, con analoghe radici etniche e religiose.

Una nutrita pattuglia di questi giovani, quasi venti, accompagnati da docenti e frati ed armata di violini e viole, è venuta nelle scorse settimane a regalarci una tournée di musica classica, grazie a benefattori, collaborazioni e a molti simpatizzanti. È un’ambasceria di pace. Si può vivere così, in pace, cercando la bellezza. Questo ci dicono dal Magnificat di Gerusalemme. Questa è la speranza condivisa dopo i recenti, preziosi approcci di pace tra Israele ed Hamas. I ragazzi del Magnificat hanno iniziato il loro cammino da Bologna lo scorso 26 settembre, perché nella città delle Due Torri c’era il grande festival francescano. Girando per le nostre strade si sono certamente avveduti delle bandiere palestinesi che sventolano in giro e sentito qualche comizio. Forse hanno anche visto sui muri scritte feroci di odio. Se anche le hanno lette, non è bastato a sottrarre ai volti di questi ragazzi quel sorriso carico di consapevolezza che diverse centinaia di persone han potuto intravedere, mentre eseguivano Vivaldi, Sibelius, Bartók, Respighi, Schumann e altri nella cornice di san Colombano, a Bologna, o in quella prestigiosa del duomo di Pavia. E quanto sono state struggenti le due canzoni finali in arabo, con un testo di amore e vita, cantate con voce deliziosa da un’allieva!

Siccome non tutti gli strumenti erano trasportabili da Gerusalemme all’Italia (basti pensare ai voluminosi contrabbassi), alcuni strumenti sono stati loro prestati nelle varie città attraversate. La cosa più toccante probabilmente è quanto accaduto a Pavia, dove questa giovane orchestra ha utilizzato gli strumenti musicali realizzati nella liuteria del carcere di Opera, a Milano, recuperando i legni dei barconi usati dai migranti che hanno tentato, spesso invano, di attraversare il mare nostrum verso in cerca di una nuova vita. In questo modo, due frontiere umane bisognose di speranza, la Terra Santa e il carcere, si sono incontrate.

Il Magnificat è nato trent’anni fa, nel 1995, attorno a un francescano, fra Armando Pierucci  e a un pianoforte. Fra Armando, organista, in Italia insegnava al conservatorio. A Gerusalemme vecchia s’era reso conto che la cultura musicale era assente. Mancavano scuole, mancavano docenti, così come mancavano e mancano luoghi paragonabili ai nostri oratori. Dove non c’è musica, i cuori sono forse più facili prede dell’inimicizia. Ha iniziato così, fra Armando, aggregando qualche ragazzo desideroso d’imparare pianoforte. In poco tempo, certamente tra mille difficoltà e diffidenze da superare, è cresciuta quest’opera straordinaria, che supera le barriere ideologiche e ha saputo anche superare l’ostacolo drammatico della guerra in corso. Molte le collaborazioni su cui comincia a contare. Tra queste, la collaborazione con il Conservatorio “Arrigo Pedrollo” di Vicenza, ente di formazione del Ministero italiano della Cultura, che ha riconosciuto l’Istituto come sede estera del conservatorio stesso.

Quella italiana di poche settimane fa non è certo l’unica tournée realizzata. Hanno viaggiato in Europa e negli stati Uniti ed anche la Andrea Bocelli Foundation collabora con il Magnificat. La guerra attorno, l’odio degli altri, non ha potuto fermarli. Sono pronti a dare musica per la pace che arriva.

di Egidio Tedeschi

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