Andrea Mandelli non è un santo dall’aureola dorata che vediamo sulle pareti o sulle volte delle nostre chiese. E’ uno dei tanti “Santi della porta accanto”, sconosciuto ai più ma che ha contagiato della sua gioia traboccante di Grazia quanti lo hanno incontrato.
Ogni storia umana è dentro un cammino fatto di incontri. Primo tra tutti per importanza è stato per lui l’ambito familiare. Quarto di sette figli, nasce il 3 febbraio del 1971 e cresce in una famiglia unita e operosa che nella quotidianità gli insegna che” tutta la realtà è segno di Dio e che tutto è una sfida”. Andrea è intelligente, pieno di interessi ma con poca voglia di studiare. Quando in terza liceo passa all’Istituto Sacro Cuore il clima di apertura che vi si respira, l’amore alla verità, alla bellezza e alla persona che vi sperimenta fanno esplodere tutta la sua umanità. Rifiorisce il gusto per lo studio, si rinnova e amplifica il desiderio di un’amicizia vera con i compagni nel cammino di GS (Gioventù Studentesca: esperienza iniziata nel 1954 nel liceo milanese Berchet ad opera di Don Luigi Giussani che poi è proseguita in forma adulta con il movimento di Comunione e Liberazione).
Appena entrato in questa scuola gli viene diagnosticato un osteosarcoma, una forma aggressiva di tumore osseo. Ha diciassette anni ma capisce subito la gravità della malattia e dice scherzando ai genitori: “vuol dire che dovrò restare molto in ospedale e consumerò parecchi pigiami”.
Da dove gli viene questa energia per affrontare con passione l’esistenza? C’è un’amicizia che determina il suo sguardo e orienta le sue scelte: l’amicizia con Gesù, coltivata come un fiore prezioso fin da bambino dopo averla ricevuta in dono dai suoi genitori. È da questa amicizia che nasce, in una sorta di contagio, quella con tanti giovani. Andrea ama la vita.
E’ alpinista, sciatore , è impegnato nella politica studentesca e sempre capace di intessere amicizie con tutti. L’autrice del libro ha raccolto tantissime testimonianze di amici e persone che lo hanno incontrato e di come la sua certezza di un Bene anche nella malattia li abbia interrogati e aiutati nelle vicende della loro vita. Era assolutamente cosciente di quello che gli capitava e ad un’amica scriveva: “Mari, la vita può essere lunga o breve, ma tutta la vita vale per l’istante in cui abbiamo incontrato Cristo”.
Nel dicembre dell’89 Andrea partecipa alla sua ultima messa di Natale e porta in dono ad un’amica una piccola scatola di cerini dentro la quale c’è la molla di una biro e un bigliettino. “Sai qual è il valore di un amico? Quello di ricordare all’altro come una molla il Destino per cui è fatto. Ti regalo la mia molla”. Andrea nasce al cielo il 29 novembre del 1990, a diciotto anni. Le sue ultime parole sono: “ok, va bene, andiamo”.
La sua vita è diventata anche una mostra, esposta alla Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona. La sua testimonianza ha cambiato la vita di quanti lo hanno incontrato. Andrea certamente regalerà la “sua molla” anche a quanti accoglieranno l’invito a leggere le pagine di questo libro.
di Claudia Ferrari
Riportiamo una riflessione di Luigi Giugno, diacono dal 2018 e che dal 2020, dopo un master in relazione d'aiuto è collaboratore pastorale nella cappellania dell'ospedale di Niguarda
«La tragedia dell’incendio avvenuto in Svizzera la notte di Capodanno ha colpito profondamente anche la nostra Chiesa ambrosiana. Tra le vittime ci sono due giovani delle nostre comunità e alcuni ragazzi italiani sopravvissuti sono stati trasferiti e ricoverati al Centro Ustioni dell’Ospedale Niguarda di Milano, insieme ai loro familiari.
In questi giorni, tornando più volte in reparto, ho incontrato alcuni di questi ragazzi e i loro genitori. I volti restano impressi, così come i racconti che emergono poco alla volta. Parole dette con fatica, a volte spezzate, che non cercano effetto ma verità. Le domande che affiorano sono radicali: ho visto morire i miei amici; perché io sono qui e loro no? La mia vita potrà tornare come prima; anche il mio volto tornerà a essere come prima?
A queste si accompagna la fatica delle notti, spesso popolate da incubi. Il riposo è fragile e la memoria torna insistentemente a ciò che è accaduto. È un’esperienza che accomuna tutti, anche quando il corpo è assistito dalle cure. Sono interrogativi che toccano il corpo, la memoria, l’identità, e che non possono essere affrettati, né chiusi con risposte consolatorie.
Accanto ai ragazzi, anche i familiari vivono questo tempo con grande compostezza. Il dolore non è esibito. Emergono domande dette con misura: come sia stato possibile che tutto questo accadesse, dove fossero i controlli, se qualcosa si sarebbe potuto evitare. Non c’è polemica, ma il bisogno umano di orientarsi dentro un evento improvviso e devastante.
A rendere tutto ancora più intenso è il fatto che questi ragazzi e le loro famiglie si conoscevano praticamente tutti da molti anni. Nella saletta d’attesa ci si chiede notizie gli uni degli altri come farebbe una grande famiglia: mani che si stringono, parole sussurrate, presenze che si fanno sostegno reciproco. Ogni piccolo segno di miglioramento, anche lieve, viene condiviso con gioia e con una speranza che non vuole spegnersi.
In questo contesto colpisce anche il clima del reparto, segnato dalla competenza professionale, dall’attenzione e dalla gentilezza del personale medico e paramedico. In un luogo in cui le condizioni cliniche sono spesso gravi e i percorsi complessi, questa umanità diventa parte integrante della cura, offrendo ai pazienti e ai familiari un riferimento saldo e rispettoso.
Un tratto comune che emerge con forza è il desiderio di pregare. Tutti lo esprimono, ciascuno a modo suo. Una preghiera semplice, essenziale, talvolta fatta di poche parole, altre volte di silenzio. Non una preghiera per cancellare ciò che è accaduto, ma per non restare soli dentro ciò che resta difficile da sostenere. È qui che si colloca il servizio delle cappellanie ospedaliere. Non nel fornire risposte, ma nell’aiutare a stare dentro il dolore e dentro le domande. Nell’accompagnare senza forzare, senza anticipare, senza semplificare. Nel condividere il tempo dell’attesa, del silenzio, della paura, offrendo una presenza discreta e fedele.
Questo accompagnamento non si sostituisce in alcun modo al lavoro degli psicologi e degli altri professionisti della cura, che svolgono un compito fondamentale e insostituibile. La presenza della cappellania si colloca su un altro piano: non terapeutico, ma spirituale. È il tentativo di aiutare le persone a non sentirsi sole davanti a ciò che le supera, di ricordare che anche dentro una ferita così profonda può esserci una relazione che sostiene. È una presenza che, riferita al Signore, non spiega il dolore, ma lo affida; non lo risolve, ma lo accompagna.
La drammaticità di quanto accaduto, amplificata giustamente dalla cronaca per il numero delle vittime e per la giovane età dei ragazzi coinvolti, ha acceso per alcuni giorni i riflettori su questa realtà. Ma per chi vive l’ospedale ogni giorno, domande come queste non sono un’eccezione. Cambiano le circostanze, ma non cambiano il dolore, lo smarrimento, il bisogno di essere accompagnati. Questa è la quotidianità che le cappellanie incontrano nelle corsie, spesso lontano dall’attenzione mediatica. La presenza del cappellano diventa così segno di una Chiesa che non guarda da lontano, ma si fa prossima. Una comunità che sceglie di esserci, di camminare accanto, di custodire le domande senza pretendere di risolverle. E, insieme, testimonianza di una Presenza che non elimina la sofferenza, ma la attraversa con l’uomo.
Forse la domanda che rimane, per tutti noi, è questa: come imparare a stare accanto a chi soffre, senza avere la pretesa di capire tutto, ma senza nemmeno voltarsi dall’altra parte?»
Bologna oggi è ferita. Una ferita che accomuna tutta la città e rimane dentro le coscienze. Anche la nostra Fondazione si stringe, con pudore e rispetto, alla famiglia di Giovanni Tamburi in un abbraccio che vorrebbe tenere insieme genitori, nonni, amici, compagni e la comunità degli studenti del Liceo Righi.
La morte di un figlio unisce. Rende partecipi di un dolore indicibile perché infrange una legge non scritta ma profondamente umana: quella secondo cui dovrebbero essere i genitori ad andarsene per primi. E invece, troppo spesso, non è così. La nonna di Giovanni ha detto: «Ho fede e so che è lassù, ci guarda e sarà sempre con noi». A quella fede mi aggrappo anch’io, pregando che mio figlio Luca sia lassù. Ma ogni ricorrenza riapre il bisogno di ritrovarlo dentro di me, in una dimensione intima, silenziosa, profonda. Domani saranno ventotto anni che Luca non c’è più.
Eppure le domande restano identiche, sospese fuori dal tempo: Perché? Dov’è? Lo rivedrò? Con il passare degli anni sembrano diventare domande retoriche, e invece continuano a mordere, con la stessa forza del primo giorno.
Il dolore è un bene prezioso. Un gioiello ruvido, incastonato dentro di noi. Non si racconta, si attraversa. Possiamo intuire quello degli altri, ma non sarà mai uguale perché ogni dolore è unico. E tuttavia può essere condiviso. Ed è lì che qualcosa cambia, che il peso si fa, almeno per un istante, più sopportabile.
In questi anni, il cammino di conoscenza e consapevolezza che ha portato alla nascita della Casa dei Risvegli Luca De Nigris mi ha insegnato a vivere Luca in modo diverso. Non più soltanto come negli anniversari passati, con fiori portati al cimitero per essere donati ad altri, perché trovassero posto sulle tombe dei loro cari.
Oggi il gesto è più semplice e più difficile insieme: portare una sedia, sedersi davanti a lui, mettendosi in ascolto.
Un ascolto fatto di emozioni, di ricordi, di gratitudine. Un abbandonarsi al mistero della vita, del destino, della morte. Alla ricerca di senso, pur sapendo che, a quelle domande, forse non c’è risposta.
di cav.Fulvio De Nigris presidente di “Gli amici di Luca Casa dei Risvegli Luca De Nigris”