L’idea del calcio seduto è nata a Milano da Alberto Capetti, docente di italiano ed ex allenatore di calcio giovanile e da suo fratello Jonel affetto da una disabilità motoria che non gli permette in alcun modo di stare in piedi. Si tratta di un progetto sportivo nato per includere chi spesso resta ai margini. Il Calcio Seduto è oggi spazio di relazione, appartenenza e crescita, dove disabilità e fragilità non sono ostacoli ma risorse. Un’esperienza che racconta come lo sport possa abbattere stereotipi, coinvolgere comunità e restituire a ciascuno il proprio posto nel mondo.                              

Ecco la sua testimonianza: “Ciao, sono Alberto. Io il calcio seduto l’ho incontrato in casa, nel senso che è nato dal rapporto con mio fratello Jonel. La situazione era questa: Jonel partecipava all’Accademia di Bebe Vio, bellissima, a Milano, che faceva fare sport a ragazzi con disabilità. Questa accademia però permetteva di frequentare solo per un anno. Io nel frattempo stavo allenando la squadra del quartiere, il Fatima, ed è stata un’esperienza bellissima. Ogni partita era una festa, venivano tantissimi genitori e facevano la merenda fuori ed era proprio bello. A fine anno vinciamo il campionato, facciamo una festa in giro per il quartiere e mentre festeggiamo penso questa cosa, dico: “Ma io voglio che questa cosa la possa vivere anche mio fratello”.

In realtà, a onor del vero, c’era mia mamma che già metteva questa pulce nell’orecchio un po’ a tutti, cercava una squadra per Johnny. Ho pensato: “Io sono un mister, Johnny è un calciatore, una società esiste, proviamo”. Per cui abbiamo provato, abbiamo fatto un’estate a chiedere davvero ovunque, a volantinare in giro per il quartiere e niente. Così è come è iniziata. Siamo andati al primo allenamento in cui eravamo io e un mio amico come allenatori, Jonel, un altro bambino. Il primo allenamento dovevamo essere noi quattro, quindi abbiamo pensato: “Vabbè, facciamo due chiacchiere, ci conosciamo”. Invece sono arrivati tre bambini che non ci aspettavamo. Uno di questi bambini arriva, mi abbraccia e porta una merenda. Per cui subito iniziamo alla grande.

Possiamo allenarci anche se da quattro siamo sette, comunque poco per una squadra, ma iniziamo ad allenarci, abbiamo la merenda. L’elemento della merenda è simpatico, ma è interessante perché è un elemento ancora vivo. Nel senso che è come se nel primo allenamento ci fosse stato subito un senso di gratitudine totalmente inaspettato di questo bambino…. Inizia così una annata bellissima, la prima annata del Calcio Seduto che via via diventa una squadra, poi un gruppo che coinvolge anche genitori e amici esterni, e per me una bellezza commovente, inaspettata. Un anno dopo a Maggio c’è  il primo torneino di Calcio Seduto. La finale finisce 2 a 1 per noi. Vinciamo! Ma la vera vittoria è la festa di tutti i bambini, genitori, nonni, amici e amici di amici venuti nella nostra palestra attratti da una bellezza strana, inspiegabile, straordinaria. Il regalo più grande di quell'anno me lo fecero però i genitori che mi costrinsero ad abbandonare il campo all'ultimo allenamento per lasciare spazio ad una partita speciale: bambini vs genitori.

È stato un momento di unione genitori-figli fortissima e in quel momento ho realizzato che il centro di tutta questa storia non ero io. Io ero un ambasciatore, la bellezza in campo, gli affetti crescenti erano il vero centro. Adesso il Calcio Seduto sta piano piano crescendo e coinvolgendo nuovi carissimi amici con cui viviamo nuove storie. Chissà come continuerà questa storia ma mi mette pace pensare che è iniziato tutto proprio con un "chissà".

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Meo Fusciuni, naso profumiere di fama internazionale, ha creato a fin di bene il profumo “Un Luogo Felice” per i bambini malati. 

Come è nato il progetto di questo profumo?

"È nato da un incontro e da un'emozione. Quando Alessandra e Michele dell' Associazione Giulia di Ferrara mi hanno parlato di questa iniziativa a favore dei bambini seguiti dall'associazione di oncologia pediatrica, ho sentito subito che dovevo esserci. Non ho dovuto riflettere molto: il cuore aveva già deciso".

Lei sostiene spesso che un profumo sia molto più di una semplice fragranza. Cosa intende?

"Ho sempre pensato che il segreto del mio lavoro non sia creare profumi che piacciano a tutti. Un profumo deve raccontare qualcosa, deve trasmettere emozioni. Io creo ciò che vivo, ciò che sento. Il mio naso interpreta quello che il cuore prova e lo trasforma in una storia da indossare".

Perché il nome “Un Luogo Felice”?

"Non è stato studiato a tavolino. È arrivato spontaneamente durante le conversazioni con Alessandra e Michele. In quel momento ho sentito che quelle parole racchiudevano perfettamente il senso del progetto: offrire un pensiero di speranza, un rifugio emotivo, un luogo dell'anima dove trovare serenità anche nei momenti più difficili".

Che tipo di esperienza vuole regalare con questa fragranza?

"Vorrei che accompagnasse le persone in un viaggio emotivo. Un percorso che attraversa anche le difficoltà e le paure, ma che porta sempre verso la luce. Ogni materia prima utilizzata rappresenta una sfumatura dell'animo umano, un'emozione, un passaggio della vita".

A chi è dedicato questo profumo?

"Ai bambini e alle loro famiglie. Ho immaginato la felicità che potranno provare quando lasceranno il reparto, ma anche quei momenti in cui avranno bisogno di sentirsi accolti e protetti durante il percorso di cura. Questo profumo è un messaggio di vicinanza e speranza pensato per loro"

C'è un ricordo personale che ha ispirato la creazione di “Un Luogo Felice”?

"Sì, la mia infanzia. In particolare il profumo di zagara che mia madre indossava la domenica mattina. Ricordo le passeggiate mano nella mano e quel senso di sicurezza e serenità che provavo da bambino. È da lì che sono partito per costruire questa fragranza: dal mio luogo felice".

Qual è il messaggio che desidera lasciare attraverso questo progetto?

"Che la felicità può essere custodita nei ricordi, nei gesti semplici e nelle persone che amiamo. Se un profumo riesce a evocare queste emozioni e, allo stesso tempo, a sostenere una causa così importante, allora ha raggiunto il suo scopo più autentico"

 

di Marco Fabbri

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Nulla avviene per caso. Lo Spirito tesse la sua tela con trame ed orditi in perfetta armonia. Ed infatti quando stamattina Luisella mi ha chiesto di fare una testimonianza sulla speranza, ho capito che era lo Spirito Santo che mi parlava.

Perché é da domenica che penso alla speranza, che rimugino sulla speranza, dall’omelia di don Francesco sulla vicenda dei discepoli di Emmaus. Il fatto che nel vangelo di Luca si usi una volta sola il verbo sperare mi ha colpito e mi ha colpito ancor di più che lo usi al passato. Di solito si dice “ spero che …” e il nostro cuore si gonfia, si riempie di rosee immagini future, anche se di esse non abbiamo la certezza che si avvereranno.

Spinta dalla curiosità e dal voler toccare con mano, come san Tommaso, sono andata a rileggere tutto il vangelo di Luca e, ebbene sì, l’unico riferimento alla speranza è in quel “speravamo” proferito dai discepoli di Emmaus mentre camminano con accanto Gesù che non riconoscono. In quel “speravamo” c’è tutta la loro delusione, tutto il crollo delle loro aspettative, la loro amarezza. Perché il verbo sperare usato al passato ha il suono della fine, ha il sapore amaro del cuore inaridito, ha il silenzio di un’attesa vana, e i discepoli se ne tornano a casa affranti col cuore svuotato. Nulla ha più senso: è terribile questa immagine.

Ma poi Gesù spezza il pane e i loro occhi si aprono e il loro cuore si riempie di gioia, Egli scompare dalla loro vista ma ora essi sono pieni di Lui, del Suo ardore, della Sua promessa mantenuta, della Sua presenza, e tornano a vivere, a gioire, a dare senso ad ogni loro azione perché Gesù non li ha abbandonati. Gesù non abbandona, sostiene e continua a donarsi, ai discepoli di Emmaus e a noi, nel suo corpo e nel suo sangue. Questa è la fiduciosa certezza della speranza!

Non ho mai disperato della vicinanza di Gesù nelle mie esperienze di vita anche dolorose, anzi le ho accettate, accolte, vissute, e continuo a viverle, come segni che mi avvicinano a Lui, come piccolo contributo alle Sue sofferenze, alle Sue cadute sulla via verso il Golgota, ai Suoi atroci dolori sulla croce. Le mie piccole croci sono la fibromialgia, la spondiloartrite e un tumore al seno curato ma non so se del tutto debellato più una sofferenza psicologica, un macigno sul cuore, legato alle mie esperienze familiari. Per quest’ultimo macigno mi sono limitata a piangere e a discutere con ardore con il Signore, spero che la mia sofferenza sia per la Sua  gloria  come è stata la vicenda del cieco nato. I malanni fisici non mi hanno abbattuta, non mi hanno tolto la speranza anche se sono invalidanti e peggiorano con l’età. La mia saggia mamma, che è morta a quasi 104 anni, diceva “Sono arrivata fino a qua, devo ringraziare il Signore per questo”. Io sono un po’ più giovane, più acciaccata di lei ma ripeto le sue stesse parole. Anzi, quando, come un fulmine a ciel sereno, mi è stato diagnosticato il tumore, mi sono sentita più vicina al Suo regno. Ho pensato di essere arrivata al termine della mia vita terrena e di andare nel posto che Egli ha preparato per me, ma, evidentemente, mi aveva riservato altri progetti.  Il Signore ha ancora bisogno di me sulla terra, mi sono detta, perciò mi devo dare da fare per questo grande dono. Ho continuato con più lena la mia attività di volontariato e il mio piccolo servizio in parrocchia, ho accudito con trasporto la mia mamma fino a che l’ho accompagnata al momento del trapasso tenendole la mano e aiutandola a prendere quella di Gesù.

Ho sperato e spero perché credo nelle promesse del Signore, credo che Lui mi sia accanto quando i forti dolori mi fanno scendere le lacrime involontariamente, quando fatico a camminare,  perché Egli continua a spezzare il pane per me ogni giorno e allora come per miracolo riesco a camminare bene, non sento i dolori, Egli ravviva ogni giorno il dono della speranza alimentata dal soffio leggero ma continuo dello Spirito.

Certo se ci guardiamo intorno, la realtà ci offre ben poco da sperare ma, parafrasando le parole di Sant’Agostino, non dobbiamo lasciarci andare allo sdegno per come stanno andando le cose ma avere il coraggio di cambiarle. Ovvio che noi possiamo cercare di cambiare la realtà delle piccole cose, della nostra quotidianità, ma dobbiamo anche  tenere viva la speranza che lo Spirito Santo entri nelle menti dei potenti e le faccia rinsavire. Il Signore ci ha lasciato un testamento d’amore, non possiamo deluderlo.

E camminare sulla strada di Cristo risorto portando ciascuno la propria croce e pregando per il bene dei fratelli significa sperare con l’ardore della certezza che non solo le cose miglioreranno, ma che avremo una nuova vita, la vita eterna.

“Ogni alba porta un nuovo giorno,

lavando con la luce della speranza

le macchie e la polvere

dello Spirito vuoto                                                                                                                                                      

di ogni giorno passato”   (Tagore)

 

di Doriana Regazzo

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