Anche quest’anno la nostra associazione accoglie il Natale con un messaggio d’amore, speranza e solidarietà. Come da tradizione, l’Inguaribile Voglia di Vivere presenta i suoi gadget solidali, preparati con cura per sostenere i progetti e continuare a diffondere il nostro messaggio.
Protagonista di questa edizione natalizia è la pochette in tessuto con la frase “VIVO PERCHÈ QUALCUNO MI AMA”. Perfetta per custodire tutte le cose a cui teniamo. Non poteva mancare il nostro biglietto d’auguri con l’immagine del nostro amico e pittore Franco Vignazia.
Una bellissima Natività intensa e colorata.
Infine ma non per ultimi il Notebook per raccogliere gli appunti più belli e la matita che una volta terminata può essere piantata per diventare un bellissimo fiore. Con il vostro contributo ci aiuterete a portare un sorriso, una presenza e una mano tesa a chi ne ha più bisogno. E ricordiamo che è sempre disponibile il libro del nostro presidente Massimo Pandolfi ‘Innamorati della vita’.



Il recente caso delle gemelle Kessler ha riportato alla ribalta un tema a noi molto caro e che spesso abbiamo trattato nelle newletters: quello del “fine vita” e del suicidio assistito in tutte le sue drammatiche sfaccettature. Ne è nato un dialogo tra di noi nel tentativo di aiutarci di andare sempre più a fondo di questa grande, attuale provocazione. Lo vogliamo condividere con voi.
LE GEMELLE KESSLER (di Massimo Pandolfi)
Le gemelle Kessler. Avevano 89 anni. Ne stiamo leggendo e ne leggeremo tante sulla loro scelta.
Avevamo fatto tutto insieme, sono volute andarsene insieme. Scegliendo di morire, anticipando Dio o la natura. Si parla e si straparlerà di libertà o presunta tale. Di Signore o di mistero. Tutti sapienti, tutti straripanti: di certezze.
Chi segue il mio cammino personale e professionale sa come sono affronto, da una vita, questi temi. Ma la storia delle Kessler, lo confesso, un po' mi spiazza, mi toglie certezze ma in realtà me le rafforza, perché dimostra una volta di più come ogni percorso di vita umana sia unico, irripetibile. Non generalizzabile, non codificabile. Ci piacerebbe tanto se esistesse una regola magica, ma non è così. La vita non funziona così. Ci tocca la fatica, a volte l'angoscia, di affrontare il caso successivo, magari il mio o il tuo, ricominciando da capo. E non è detto, non è affatto detto, che la rispettabile decisione delle gemelle Kessler sia quella da prendere.
O forse sì, chi lo sa.
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Condivido anch’io qualche pensiero sulla morte delle Kessler. La vicenda delle gemelle diventa megafono della libertà di morire. Noi che cerchiamo di salvaguardare la vita, ci poniamo spesso domande sulla necessità della morte. La morte è necessaria perchè fa parte della vita, ma normalmente non è una opportunità, non è una scelta. È una fine o un incidente di percorso. Lo sanno bene le famiglie che affrontano il coma di un loro caro che avviene incidentalmente senza preavviso e che immette i familiari in quel “tempo dell’attesa” di cui parlava il pedagogista Andrea Canevaro. Un tempo che va riempito, vissuto, condiviso,mai in solitudine. Un tempo che è fatto al cento per cento di speranze che non sempre mantengono questo valore con il passare del tempo.
Io posso dire quello che vedo e quello che vorrei. Quello che vedo è disperazione, impotenza e solitudine. Una vita che non era quella che si desiderava e che prende una strada irta e faticosa per la quale ti devi attrezzare. E per farlo hai bisogno di aiuto perché da soli nessuno ce la può fare. Quello che vorrei è creare ancora più aiuti, più servizi, più sostegni per quelle vite fragili che coinvolgono la quotidianità di famiglie/caregiver per le quali, nonostante annunci di leggi e contributi esorbitanti sulla carta si fa ancora troppo, troppo poco. Quello che ancora vorrei è che la libertà fosse per tutti. Libertà di morire, ma libertà di vivere anche quando la vita ha messo a dura prova le persone.
Scegliere di vivere in simbiosi, fino al desiderio di morire insieme e di mescolare le proprie ceneri per suggellare un’esistenza condivisa, è una decisione profonda che merita rispetto. Un gesto estremo, ma coerente con un legame vissuto come scelta di vita.
Ma ci sono altre vite che vivono in “simbiosi coatte”e che non si possono mischiare. Si devono solo vedere, comprendere, sostenere e condividere. Ne siamo capaci? Non sempre. Ma provarci è un indirizzo, un dovere, una sfida, una speranza.
(di Fulvio De Nigris)
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Mi hanno molto stimolato gli interventi postati qui e volevo condividere con voi la provocazione. Io credo che ogni persona, ogni vita sia un mistero e 40 anni di lavoro a fianco dei malati me lo ha sempre dimostrato e ricordato. Se il cammino della malattia non è condiviso con qualcuno la solitudine ti succhia l’anima.
A me non interessa molto una libertà per tutti di vivere e morire perché quella è l'ultima soglia di un prima che mi interessa di più. Un prima da riempire di gesti a cui dare un senso, di sostegno...cioè di "portare con" che non c'è più e che si liquida con la libertà dell’ autodeterminazione. Ma se ognuno è un mistero e se giustamente un conto è esserci nelle situazioni e un conto è parlarne, detto questo è vero Massimo che la vita non funziona secondo regole magiche, ma ha le sue regole. Che ci piaccia o no ci è stata donata. Noi non decidiamo di respirare e svegliarci ogni mattina.
Certo possiamo troncare il nostro ritmo vitale ma dire “che non è detto che la rispettabile decisione delle gemelle Kessler sia quella da prendere. O forse sì, chi lo sa”, è rendere la questione della libertà non reale, non aderente alla realtà ma ridurla al campo delle possibilità... e noi purtroppo viviamo senza più certezze proprio in nome della libertà di scelta.
(di Claudia Ferrari)
Quando Luisella mi ha chiesto di aiutare per le visite guidate alla mostra sulla Beata Benedetta Bianchi Porro, non stavo attraversando un momento facile (come spesso capita nella quotidianità di ciascuno ) ma non ho esitato un secondo a dare la mia disponibilità. Normalmente avrei messo davanti tutte le difficoltà, le complicazioni, il poco tempo per prepararmi adeguatamente e avrei trovato una scusa valida per dire di no... Invece: il fatto che non avessi mai sentito parlare di questa Beata mi ha incuriosita fin da subito.
L'incontro con sua sorella Emanuela, all'inizio di questo viaggio, è stata la conferma dell'intuizione iniziale: racconti di vita famigliare, di una famiglia normale come ce ne sono tante, che ha saputo raccogliersi e godere della presenza di Benedetta, riflesso di una Presenza che non ci abbandona mai, anche nei momenti più terribili. Tanti aneddoti che narrano una quotidianità così simile alla nostra: fatta di momenti gioiosi e momenti di fatica grande, raccontanti con molta umiltà. Emanuela ci ha conquistati tutti con la sua verve tipicamente romagnola, ma anche con la sua grande semplicità di cuore e di parola. In effetti Benedetta ha una storia poco eclatante, seppur disseminata di piccoli segni che a posteriori svelano un disegno ben preciso (battezzata in tutta fretta alla nascita dalla mamma, poco dopo colpita da poliomielite che la lascia offesa ad una gamba …etc ).
È una bambina come tante, curiosa e stupita della vita come solo i bambini sanno essere; una ragazza normale, che desidera essere felice (bella ed amata) con le sue aspirazioni e i suoi desideri, ma che sceglie la facoltà universitaria in base ai desideri del padre (anche se poi ci ripensa). Una ragazza che di fronte ad una malattia terribile e senza speranza, reagisce come molto spesso vediamo intorno a noi: si deprime, pensa anche ad un gesto estremo, ma poi qualche cosa cambia. Ed è qui che la storia diventa Misteriosa… nel senso che il Mistero decide di farsi carne e farle compagnia attraverso alcuni amici che la accompagnano nel cambiamento di sé che la porta a guardare alla sua condizione non come a una condanna ma come ad una possibilità, magari di dare voce al quel Mistero che le ha preparato una strada incomprensibilmente buona. “Potremmo dire che gli amici si rivelano come “mezzi” attraverso i quali Dio porta lieti annunci a Benedetta” così scrive Don Andrea Vena sul libretto in cui parla di Benedetta. Ripensandoci è capitato anche a me la stessa cosa: ho riscoperto la via della Fede grazie ad amici che non mi hanno lasciato sola. Immagino che non sia stato sempre così chiaro per lei, sicuramente non lo era per sua madre che coglieva un cambiamento, ma che non sapeva spiegare.
Di Benedetta, mi ha colpito però la docilità con cui ha deciso di dare credito alla realtà che aveva di fronte e non ha mai smesso di comunicare a tutti la lieta novella, contro ogni previsione, data la malattia che le precludeva ogni possibilità di comunicare con il mondo esterno. Il suo cammino interiore è divenuto per tante persone un cammino di Speranza (proprio nell'anno del Giubileo della Speranza! ), che ha convertito molti, sostenuto e guidato moltissimi altri in momenti di prova.
Una frase in particolare mi ha colpito molto, perché così distante da me, ma al tempo stesso intuita come così vera da diventare desiderabile per la mia vita: "La sola forma di sofferenza dell'anima è il fare la volontà propria e non quella di Dio". E così mi sono trovata a raccontare la sua storia a persone sconosciute, ad amici, a fedeli ed anche a increduli. Ho incontrato alcune persone con cui ho avuto modo di chiacchierare dopo la mostra, persone conosciute di vista ma con le quali non avrei mai pensato di discutere in merito alla Fede, alla mia Fede o alla loro. Passare il poco tempo che ho dedicato a questo servizio con persone che hanno veramente a cuore la Verità di sé e del prossimo mi ha sostenuto in un momento faticoso ed è stata l'occasione per chiedermi di nuovo a che punto sono del mio cammino.
La docilità di Benedetta è diventata un obiettivo cui desidero arrivare: docilità al disegno di Dio su di me, per quanto diverso possa essere dai miei desideri.
di Elena Giardini