“Nessuno vale di meno a causa della droga” è un progetto della Caritas cilena che offre aiuto concreto a tossicodipendenti ed emarginati incontrati tra le strade della città.  Durante un concerto per i detenuti del carcere Paula Giovanetti e Javier Brossart  incontrano Francisco Mera, ingegnere industriale e chitarrista per diletto. Colpito dalla bellezza dei canti chiede loro di scrivere una canzone per quanti vagano tristi e soli per le strade della città. C’è bisogno di speranza, c’è bisogno di allargare un’orizzonte sempre più cupo e ripiegato dentro l’abbraccio soffocante della dipendenza. La mano che viene loro tesa vuole essere un aiuto a rialzarsi, a domandare aiuto a chi non giudica e dà sempre una possibilità di ricominciare.                              

 “Nostra Signora dell’angolo” (esquina in spagnolo) è colei che ti raggiunge nell’ ”angolo” in cui ti nascondi e questo canto vuole ricordare che per tutti, veramente “tutti” , anche nel buio brilla sempre un piccolo lume di speranza.

“Il mio cammino era una strada senza orizzonte e senza uscita,                                                                                  

i miei occhi già si chiudevano, il mio cuore non batteva più.                                                                              

Mi nascondevo nella mia tristezza, nessuno lo sapeva;                                                                                    

però qualcuno mi conosceva lo stesso e mi aspettava all’angolo.                                                                       

Nostra Signora dell'Angolo, tu che abbracci le mie ferite,                                                                          

quando la mia vita si incupisce, sei la fiamma che la illumina.                                                                                   

A chi ti cerca ancora, a chi ti consegna la sua vita,                                                                                             

dagli la Tua mano tenera, lascia che fiorisca il Tuo seme.                                                                                             

A chi ha perso il suo cuore o l'ha giocato in una partita,                                                                                      

fagli vedere che il Signore rinasce ogni giorno dalle sue ferite.                                                                                

Quando la stanchezza vinceva in me e i miei errori mi affossavano,                                                                      

ti ho offerto tutto il mio dolore e il tuo abbraccio ha riscattato la mia vita”.      

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L’idea del calcio seduto è nata a Milano da Alberto Capetti, docente di italiano ed ex allenatore di calcio giovanile e da suo fratello Jonel affetto da una disabilità motoria che non gli permette in alcun modo di stare in piedi. Si tratta di un progetto sportivo nato per includere chi spesso resta ai margini. Il Calcio Seduto è oggi spazio di relazione, appartenenza e crescita, dove disabilità e fragilità non sono ostacoli ma risorse. Un’esperienza che racconta come lo sport possa abbattere stereotipi, coinvolgere comunità e restituire a ciascuno il proprio posto nel mondo.                              

Ecco la sua testimonianza: “Ciao, sono Alberto. Io il calcio seduto l’ho incontrato in casa, nel senso che è nato dal rapporto con mio fratello Jonel. La situazione era questa: Jonel partecipava all’Accademia di Bebe Vio, bellissima, a Milano, che faceva fare sport a ragazzi con disabilità. Questa accademia però permetteva di frequentare solo per un anno. Io nel frattempo stavo allenando la squadra del quartiere, il Fatima, ed è stata un’esperienza bellissima. Ogni partita era una festa, venivano tantissimi genitori e facevano la merenda fuori ed era proprio bello. A fine anno vinciamo il campionato, facciamo una festa in giro per il quartiere e mentre festeggiamo penso questa cosa, dico: “Ma io voglio che questa cosa la possa vivere anche mio fratello”.

In realtà, a onor del vero, c’era mia mamma che già metteva questa pulce nell’orecchio un po’ a tutti, cercava una squadra per Johnny. Ho pensato: “Io sono un mister, Johnny è un calciatore, una società esiste, proviamo”. Per cui abbiamo provato, abbiamo fatto un’estate a chiedere davvero ovunque, a volantinare in giro per il quartiere e niente. Così è come è iniziata. Siamo andati al primo allenamento in cui eravamo io e un mio amico come allenatori, Jonel, un altro bambino. Il primo allenamento dovevamo essere noi quattro, quindi abbiamo pensato: “Vabbè, facciamo due chiacchiere, ci conosciamo”. Invece sono arrivati tre bambini che non ci aspettavamo. Uno di questi bambini arriva, mi abbraccia e porta una merenda. Per cui subito iniziamo alla grande.

Possiamo allenarci anche se da quattro siamo sette, comunque poco per una squadra, ma iniziamo ad allenarci, abbiamo la merenda. L’elemento della merenda è simpatico, ma è interessante perché è un elemento ancora vivo. Nel senso che è come se nel primo allenamento ci fosse stato subito un senso di gratitudine totalmente inaspettato di questo bambino…. Inizia così una annata bellissima, la prima annata del Calcio Seduto che via via diventa una squadra, poi un gruppo che coinvolge anche genitori e amici esterni, e per me una bellezza commovente, inaspettata. Un anno dopo a Maggio c’è  il primo torneino di Calcio Seduto. La finale finisce 2 a 1 per noi. Vinciamo! Ma la vera vittoria è la festa di tutti i bambini, genitori, nonni, amici e amici di amici venuti nella nostra palestra attratti da una bellezza strana, inspiegabile, straordinaria. Il regalo più grande di quell'anno me lo fecero però i genitori che mi costrinsero ad abbandonare il campo all'ultimo allenamento per lasciare spazio ad una partita speciale: bambini vs genitori.

È stato un momento di unione genitori-figli fortissima e in quel momento ho realizzato che il centro di tutta questa storia non ero io. Io ero un ambasciatore, la bellezza in campo, gli affetti crescenti erano il vero centro. Adesso il Calcio Seduto sta piano piano crescendo e coinvolgendo nuovi carissimi amici con cui viviamo nuove storie. Chissà come continuerà questa storia ma mi mette pace pensare che è iniziato tutto proprio con un "chissà".

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Meo Fusciuni, naso profumiere di fama internazionale, ha creato a fin di bene il profumo “Un Luogo Felice” per i bambini malati. 

Come è nato il progetto di questo profumo?

"È nato da un incontro e da un'emozione. Quando Alessandra e Michele dell' Associazione Giulia di Ferrara mi hanno parlato di questa iniziativa a favore dei bambini seguiti dall'associazione di oncologia pediatrica, ho sentito subito che dovevo esserci. Non ho dovuto riflettere molto: il cuore aveva già deciso".

Lei sostiene spesso che un profumo sia molto più di una semplice fragranza. Cosa intende?

"Ho sempre pensato che il segreto del mio lavoro non sia creare profumi che piacciano a tutti. Un profumo deve raccontare qualcosa, deve trasmettere emozioni. Io creo ciò che vivo, ciò che sento. Il mio naso interpreta quello che il cuore prova e lo trasforma in una storia da indossare".

Perché il nome “Un Luogo Felice”?

"Non è stato studiato a tavolino. È arrivato spontaneamente durante le conversazioni con Alessandra e Michele. In quel momento ho sentito che quelle parole racchiudevano perfettamente il senso del progetto: offrire un pensiero di speranza, un rifugio emotivo, un luogo dell'anima dove trovare serenità anche nei momenti più difficili".

Che tipo di esperienza vuole regalare con questa fragranza?

"Vorrei che accompagnasse le persone in un viaggio emotivo. Un percorso che attraversa anche le difficoltà e le paure, ma che porta sempre verso la luce. Ogni materia prima utilizzata rappresenta una sfumatura dell'animo umano, un'emozione, un passaggio della vita".

A chi è dedicato questo profumo?

"Ai bambini e alle loro famiglie. Ho immaginato la felicità che potranno provare quando lasceranno il reparto, ma anche quei momenti in cui avranno bisogno di sentirsi accolti e protetti durante il percorso di cura. Questo profumo è un messaggio di vicinanza e speranza pensato per loro"

C'è un ricordo personale che ha ispirato la creazione di “Un Luogo Felice”?

"Sì, la mia infanzia. In particolare il profumo di zagara che mia madre indossava la domenica mattina. Ricordo le passeggiate mano nella mano e quel senso di sicurezza e serenità che provavo da bambino. È da lì che sono partito per costruire questa fragranza: dal mio luogo felice".

Qual è il messaggio che desidera lasciare attraverso questo progetto?

"Che la felicità può essere custodita nei ricordi, nei gesti semplici e nelle persone che amiamo. Se un profumo riesce a evocare queste emozioni e, allo stesso tempo, a sostenere una causa così importante, allora ha raggiunto il suo scopo più autentico"

 

di Marco Fabbri

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